Sguainare le parole

Quando le frasi diventano lame
che aprono sentieri.

Un libro che non si legge soltanto: si pratica. Si attraversa.

Ti costringe, con garbo, ma senza sconti,
a dire quello che davvero vuoi dire.

 

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Attenti a questi due: che cosa l’AI pensa del libro.
Una sintesi tagliente

Il manifesto delle parole sguainate

  1. Rifiutiamo la melassa del conformismo e la tiepidezza delle emozioni facili, che tutto confondono e svuotano di significato.
  2. Rivendichiamo il diritto a nominare il bene e il male, senza imbarazzi, né sconti ai falsi miti del progresso che travestono l’egoismo da libertà e il disimpegno da tolleranza.
  3. Chiediamo di usare senza paura le categorie universali: esistono valori, modelli, parole che, come pietre miliari, orientano il cammino umano. Svilirle o cancellarle significa condannare la società all’incomprensione, all’irrilevanza e, infine, al disprezzo dei più fragili.
  4. Siamo decisi a contrastare la dittatura del “consenso” e il relativismo della verità liquida dove ogni desiderio si trasforma in diritto e il diritto serve solo i più forti.
  5. Crediamo che siano necessari muri di verità e ponti di carità: la giustizia vera non coincide con la somma degli egoismi, ma implica sacrificio, ricerca, confronto aperto e onestà verso la realtà.
  6. Questo è un invito alla vigilanza delle coscienze e all’uso della ragione, senza rinunciare all’empatia e alla tenerezza, ma riconoscendo che amare implica anche saper dire dei no, difendere ciò che rende umano l’uomo: la ricerca del vero, la responsabilità verso il prossimo e l’allenamento al sacrificio.
  7. Si chiama oggi, più che mai, a non cedere all’emozione sterile e al pensiero unico: cedere è perdere la battaglia per l’uomo, per i figli, per il futuro. Che ognuno torni a prendersi cura – delle parole, della verità, delle relazioni –, per costruire una società fondata sul bene comune e sull’esercizio scomodo ma fecondo della libertà e della responsabilità.[1]

“Le parole non sono proiettili: sono semi. Solo che alcuni, invece di piantarsi, rimbalzano perché li lanciamo male.”

“Scrivere è sempre un atto di coraggio: togliere, non aggiungere. Lasciare che ciò che conta resti nudo.”

“La chiarezza non è un dono degli dei: è una disciplina quotidiana.”

Se pensi, questo libro è per te.

Un libro che non si legge soltanto: si pratica. Si attraversa.

Che tu pensi per comprendere, educare, amare o anche solo per scrivere per lavoro, per vendere, per comunicare, per raccontarti o per fare chiarezza dentro di te, questo è il ibro che fa per te.

  • Ti aiuta a trovare la tua voce.
  • Ti insegna a tagliare il superfluo.
  • Ti guida a scrivere con coraggio, non con prudenza.
  • Ti mostra che ogni parola è un atto di responsabilità.

Perché nasce questo libro (breve storia)

Scrivo da una vita — per lavoro, per vendere, per raccontare e per capire cosa penso davvero. A un certo punto mi sono accorto che le parole, se non le tieni affilate, diventano melassa: appiccicano, confondono, coprono.

Questo libro è nato così: come un combattimento. Una sfida quotidiana contro la tentazione dell’ovvio, del molle, del “si è sempre fatto così”. Ho scritto questi articoli per il quotidiano La Croce nel 2015 e li ho rivisti oggi: sono ancora più necessari.

Se vuoi far guerra alla melassa, questo libro è la tua spada.

Chi è Paolo Pugni

Padre, marito, nonno, maratoneta stanco ma testardo. Consulente e formatore da ormai trent’anni. Autore del podcast Vendere Valore e di una quantità imbarazzante di appunti, riflessioni, storie e provocazioni che costringono a pensare.

Ho incontrato molte persone, in presenza o virtualmente, per lavoro e non solo. Spesso ho riscontrato una grave deriva. Usavano troppe parole. O quelle sbagliate.

Questo libro è la mia dichiarazione di guerra. Una guerra per la pace.

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L’umiltà non è più di moda in un mondo in cui l’uomo che ha successo è quello che non deve chiedere mai, in cui l’obbedienza è stata derubricata a vizio –ah che errore in buona fede don Milani! Sapessi come ti manipolano oggi con quella tua infelice provocazione contro la guerra!- in cui la sottomissione, intensa nel suo senso pieno di mettersi al servizio di chi si ama, è condannata senza nemmeno chiedere spiegazioni, mentre quella perversa da cinquanta sfumature di sesso è proposta come raffinata relazione tra adulti, in cui arrogance ed egoiste sono attributi così apprezzati da essere diventati evocativi marchi di profumi, in cui tutto diventa un diritto a prescindere, in cui il male sembra non esistere se non il ciò che il mainstream decide sia così fastidioso da meritare una condanna pubblica.

Perché ciò che ci hanno insegnato è che noi abbiamo diritto alle nostre idee, quali che siano, e chi si oppone è un nemico da abbattere, fatto salvo che si cucini il tutto con la più grande delle ipocrisie: la mia libertà finisce dove comincia la tua. Che tra parentesi oltre ad essere un falso storico è una imbecillità senza fine.

Poi mi spiegate dove scorre questo confine tra chi sostiene che 2+2=5 e chi invece pretende che 2+2=4.

Ne consegue che l’affermazione di sdegno citata appoggia su un presupposto oggi ormai incontestabile: io ho ragione. Io, chiunque io sia, qualunque cosa faccia, qualunque ruolo abbia nella società. Perché la casta è ovunque: negli imprenditori (#abbiamosemprefattocosì!), negli insegnanti (#questiragazzinonsipossonotenere) nei genitori (#lascuolanoncapisceilmiocucciolo), negli automobilisti (#checosahofattodimale). Ovunque.

E ogni categoria si riconosce vittima della società. Rimaniamo nel mondo descritto nell’articolo precente, quello dell’istruzione, oggi si assiste spesso ad una vera e propria guerra tra insegnanti e genitori sull’educazione dei figli. E nessuno che faccia il famoso passo indietro per chiedersi, con serenità: che cosa potrei fare meglio? Dove sbaglio?

No, è una battaglia di affermazioni, dove invece il dialogo imporrebbe le domande.

Questo tratto emerge in modo dolente ed evidente nei social media, dove la domanda è più rara dell’ironia, il che è tutto dire. Di fronte ad una affermazione ritenuta provocatoria, quasi nessuno prova a chiedere una ragione: il modo tradizionale di rispondere è l’offesa, l’attacco, la puntata. Contraria ed in escalation.

Perché fare domande implica una serie di conseguenze: innanzitutto confrontarsi ragionando con una risposta; poi mettersi in discussione, non dico per cambiare idea, ma almeno per dare sostegno alla propria posizione –redde rationem!- argomentando con logica e non con pancia; infine ascoltare, la cui grammatica andrebbe insegnata con grande energia ovunque.