Un libro che non si legge soltanto: si pratica. Si attraversa.
Ti costringe, con garbo, ma senza sconti,
a dire quello che davvero vuoi dire.
Ricevi la copia cartacea autografata da Paolo Pugni
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“Le parole non sono proiettili: sono semi. Solo che alcuni, invece di piantarsi, rimbalzano perché li lanciamo male.”
“Scrivere è sempre un atto di coraggio: togliere, non aggiungere. Lasciare che ciò che conta resti nudo.”
“La chiarezza non è un dono degli dei: è una disciplina quotidiana.”
Un libro che non si legge soltanto: si pratica. Si attraversa.
Che tu pensi per comprendere, educare, amare o anche solo per scrivere per lavoro, per vendere, per comunicare, per raccontarti o per fare chiarezza dentro di te, questo è il ibro che fa per te.
Scrivo da una vita — per lavoro, per vendere, per raccontare e per capire cosa penso davvero. A un certo punto mi sono accorto che le parole, se non le tieni affilate, diventano melassa: appiccicano, confondono, coprono.
Questo libro è nato così: come un combattimento. Una sfida quotidiana contro la tentazione dell’ovvio, del molle, del “si è sempre fatto così”. Ho scritto questi articoli per il quotidiano La Croce nel 2015 e li ho rivisti oggi: sono ancora più necessari.
Se vuoi far guerra alla melassa, questo libro è la tua spada.
Padre, marito, nonno, maratoneta stanco ma testardo. Consulente e formatore da ormai trent’anni. Autore del podcast Vendere Valore e di una quantità imbarazzante di appunti, riflessioni, storie e provocazioni che costringono a pensare.
Ho incontrato molte persone, in presenza o virtualmente, per lavoro e non solo. Spesso ho riscontrato una grave deriva. Usavano troppe parole. O quelle sbagliate.
Questo libro è la mia dichiarazione di guerra. Una guerra per la pace.
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Spedizione rapida. Dedica personalizzata garantita.
L’umiltà non è più di moda in un mondo in cui l’uomo che ha successo è quello che non deve chiedere mai, in cui l’obbedienza è stata derubricata a vizio –ah che errore in buona fede don Milani! Sapessi come ti manipolano oggi con quella tua infelice provocazione contro la guerra!- in cui la sottomissione, intensa nel suo senso pieno di mettersi al servizio di chi si ama, è condannata senza nemmeno chiedere spiegazioni, mentre quella perversa da cinquanta sfumature di sesso è proposta come raffinata relazione tra adulti, in cui arrogance ed egoiste sono attributi così apprezzati da essere diventati evocativi marchi di profumi, in cui tutto diventa un diritto a prescindere, in cui il male sembra non esistere se non il ciò che il mainstream decide sia così fastidioso da meritare una condanna pubblica.
Perché ciò che ci hanno insegnato è che noi abbiamo diritto alle nostre idee, quali che siano, e chi si oppone è un nemico da abbattere, fatto salvo che si cucini il tutto con la più grande delle ipocrisie: la mia libertà finisce dove comincia la tua. Che tra parentesi oltre ad essere un falso storico è una imbecillità senza fine.
Poi mi spiegate dove scorre questo confine tra chi sostiene che 2+2=5 e chi invece pretende che 2+2=4.
Ne consegue che l’affermazione di sdegno citata appoggia su un presupposto oggi ormai incontestabile: io ho ragione. Io, chiunque io sia, qualunque cosa faccia, qualunque ruolo abbia nella società. Perché la casta è ovunque: negli imprenditori (#abbiamosemprefattocosì!), negli insegnanti (#questiragazzinonsipossonotenere) nei genitori (#lascuolanoncapisceilmiocucciolo), negli automobilisti (#checosahofattodimale). Ovunque.
E ogni categoria si riconosce vittima della società. Rimaniamo nel mondo descritto nell’articolo precente, quello dell’istruzione, oggi si assiste spesso ad una vera e propria guerra tra insegnanti e genitori sull’educazione dei figli. E nessuno che faccia il famoso passo indietro per chiedersi, con serenità: che cosa potrei fare meglio? Dove sbaglio?
No, è una battaglia di affermazioni, dove invece il dialogo imporrebbe le domande.
Questo tratto emerge in modo dolente ed evidente nei social media, dove la domanda è più rara dell’ironia, il che è tutto dire. Di fronte ad una affermazione ritenuta provocatoria, quasi nessuno prova a chiedere una ragione: il modo tradizionale di rispondere è l’offesa, l’attacco, la puntata. Contraria ed in escalation.
Perché fare domande implica una serie di conseguenze: innanzitutto confrontarsi ragionando con una risposta; poi mettersi in discussione, non dico per cambiare idea, ma almeno per dare sostegno alla propria posizione –redde rationem!- argomentando con logica e non con pancia; infine ascoltare, la cui grammatica andrebbe insegnata con grande energia ovunque.