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Dimmi l’eredità

Di morte non si parla mai nel mondo del lavoro. Di morti… forse, ma in modo astratto, come personaggi storici. Esempi da seguire o

Paolo Pugni

Di morte non si parla mai nel mondo del lavoro.

Di morti… forse, ma in modo astratto, come personaggi storici. Esempi da seguire o comunque da additare.

 

Eppure la vita ogni tanto ti schiaffeggia ed il gioco è capire che cosa riesci a guadagnarci.

Perché ogni cosa significa, ha un alone che modifica chi ne prendere conoscenza, chi ne viene abbracciato o anche investito. Ogni cosa che capita, che ci capita, lascia su di noi una scalfittura, a volte una ferita. Se la conosci, la riconosci, diventa ricchezza.

 

Giovedì è morto mio suocero. Aveva 96 anni. Una bella vita. Una morte onesta. Amato.

Sabato lo abbiamo salutato in chiesa.

Qual è la sua eredità?

 

Perché questa è la domanda da farsi, come argutamente ha notato tanti anni fa Stephen Covey nel suo First thing first: quale eredità lasci? L’autore dei Sette pilastri del successo indica le quattro motivazioni della vita, quelle che dovrebbero dettare le priorità delle nostre azioni: to live, to learn, to love, to leave a legacy.

 

  • Vivere: essere in grado di soddisfare il bisogno fisico di cibo, vestiti, rifugio, salute e benessere economico.
  • Amare: dedicare del tempo per relazionarsi con gli altri, per appartenere, per amare e essere amati.
  • Imparare: dedicarsi con passione ed entusiasmo così da poter continuamente crescere.
  • Lasciare un’eredità: cogliere e soddisfare il bisogno spirituale di avere un senso di scopo, significato e contributo.

 

Aristotele, mi pare, dicesse che solo quando una vita è compiuta, è arrivata alla fine, è possibile darne una valutazione, capirne l’eredità. Certamente. Tutto dipende da ciò che è stato costruito prima.

 

Che cosa stiamo costruendo? Che cosa si può apprendere dalla nostra vita? Che eredità lasciamo? Non importa quando incontreremo “la viola d’inverno” (cit. Roberto Vecchioni) e se ci verrà dato tempo di prepararci al viaggio oppure no. Importa che cosa potranno dire di noi.

 

 

Jeff Bezos, fondatore di Amazon, ha definito il personal branding come “ciò che le persone dicono di te quando non sei in stanza”. Possiamo immaginarci di costruire sopra questa definizione per arrivare a dire che la tua eredità è ciò che dicono di te quando non sei più in questo mondo.

 

Che cosa ho fatto oggi per arricchire questa eredità? Come ho vissuto, amato? Che cosa ho appreso e trasmesso? Come i miei comportamenti e le mie parole hanno modificato le persone che mi stanno intorno o anche solo che mi hanno incrociato?

In che modo sono stato leader, cioè guida? Perché ci impegniamo tanto a voler essere leader e non manager, ma a volte ci dimentichiamo che questo titolo -non ruolo, il ruolo è la descrizione sul biglietto da visita- va conquistato istante per istante in ciò che facciamo.

 

“Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo e impara sempre come se non dovessi morire mai” è una frase attribuita a Gandhi. Mi sembra una bellissima ispirazione.

E se lo sommo ad una indicazione evangelica –siete perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste– ne viene fuori una strategia che diventa anche piano d’azione quotidiano.

 

Mio suocero ha lasciato molti doni, ai figli, ai loro coniugi, ai nipoti, a tutte le persone che ha incontrato nella vita. Il più grande forse la curiosità senza fine, la voglia di studiare sempre, pochi giorni prima di lasciarci leggeva il quotidiano con cura per capire le vicende internazionali. Quando scoppiò la guerra in Ucraina volle rileggere Guerra e Pace per capirne di più, andando alle radici.

 

Direi che è una bella eredità.

Che cosa ne dici?