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Io non mi basto da solo

  A differenza di quanto cantava, con aggressiva arroganza, Fiorella Mannoia in una lontana stagione sanremese, io continuo a pensare una cosa semplice e

Paolo Pugni

 

A differenza di quanto cantava, con aggressiva arroganza, Fiorella Mannoia in una lontana stagione sanremese, io continuo a pensare una cosa semplice e tuttavia esigente: non mi basto da solo.

Può sembrare un’osservazione quasi ovvia, una di quelle verità minime davanti alle quali si annuisce senza fatica. Eppure, se la si prende sul serio, obbliga a spostare lo sguardo, perché non si limita a ricordarmi che gli altri mi sono utili: dice qualcosa di più profondo, e forse di più scomodo, su ciò che sono.

Il punto, infatti, non è affermare genericamente che abbiamo bisogno degli altri.

Questo lo diciamo tutti con una certa disinvoltura, soprattutto quando desideriamo apparire ragionevoli, collaborativi, ben disposti verso il lavoro comune.

Ma collaborare davvero non significa soltanto sommare competenze, come accade nelle formule rassicuranti del lessico aziendale.

Significa riconoscere che ciò che sono, ciò che vedo, ciò che so e ciò che posso fare non coincide con l’intero reale.

Se non mi basto da solo, allora devo ammettere in me una mancanza, un limite, una zona non autosufficiente.

Da qui in avanti, la questione smette di essere decorativa, perché l’individualismo, prima ancora che una malattia sociale, è spesso una piccola finzione privata: mi racconto di bastarmi per non dover confessare che ho bisogno.

San Paolo, nella Seconda Lettera ai Corinzi, scrive: “Quando sono debole, è allora che sono forte”.

È una frase troppo ampia per essere ridotta a uno slogan edificante. Eppure custodisce una verità molto umana: la forza non nasce dalla rimozione della debolezza, ma dalla sua conoscenza.

Chi conosce il proprio limite può chiedere aiuto senza sentirsi diminuito, può cercare ciò che gli è davvero necessario, può abitare relazioni più vere.

Chi invece finge di bastarsi da solo finisce spesso per usare gli altri solo quando gli occorrono, o per respingerli quando gli ricordano ciò che non sa fare.

Ed è qui che, quasi senza accorgercene, entriamo nel mondo professionale.

Tutto questo ha molto a che fare con LinkedIn, con le aziende, con il valore e con la vendita.

Perché la vendita, se è vendita vera e non semplice passaggio di prodotti da un magazzino a una fattura, nasce proprio dal riconoscimento di una mancanza.

Un’azienda acquista perché, in qualche punto decisivo, non si basta: perché ha un problema che non riesce a risolvere da sola, un obiettivo che non raggiunge con le sole risorse interne, un rischio che non sa ridurre abbastanza, un processo che non funziona come dovrebbe, una complessità che non riesce a governare bene.

Se bastasse davvero a se stessa, non avrebbe bisogno di fornitori, partner, consulenti, tecnologie o servizi.

In fondo, l’intero modello economico si regge su questa evidenza elementare: nessuno possiede da sé tutto ciò che gli occorre.

Questa verità, che dovrebbe renderci più umili, talvolta ci rende invece più aggressivi.

Perché quando vendo partendo dalla mancanza dell’altro posso imboccare due strade molto diverse.

La prima è manipolativa: creo bisogni, ingigantisco paure, deformo problemi, uso il linguaggio per spingere il cliente dove desidero io, magari facendogli persino credere di esserci arrivato da solo.

È una strada che talvolta funziona, come funzionano molte cose sbagliate, almeno per un tratto.

La seconda strada è diversa e, per quanto mi riguarda, è l’unica davvero degna di questo nome: non creare bisogni, ma aiutare il cliente a riconoscere ciò che gli serve realmente.

Non è una sfumatura per anime sensibili; è una differenza radicale. Da una parte c’è la manipolazione della mancanza, dall’altra il servizio reso possibile dalla competenza.

Qui torna utile un’immagine forse un po’ antica, ma ancora vera: quella del venditore come medico.

Un medico serio non si limita a chiedere al paziente quale farmaco desideri. Ascolta, interroga, osserva; prova a distinguere il sintomo raccontato dalla causa reale. Non disprezza ciò che il paziente sente, ma non si riduce neppure a eseguire il suo desiderio immediato.

Allo stesso modo, il cliente può arrivare dicendo che vuole spendere meno, ricevere un’offerta, ottenere uno sconto, trovare una soluzione rapida.

Ma il venditore di valore non può fermarsi alla superficie di quella richiesta. Deve chiedersi quale problema vi si nasconda sotto, quale rischio il cliente stia tentando di evitare, quale obiettivo non riesca a raggiungere, quale pressione interna stia vivendo, quale mancanza non riesca ancora a nominare con chiarezza.

Per questo il compito di chi vende non è strappare una confessione al cliente, che sarebbe un gesto volgare prima ancora che inefficace. Il compito è creare le condizioni perché la verità possa emergere senza umiliare nessuno.

A me sembra che qui stia una delle parti più nobili della vendita: non convincere qualcuno a comprare qualcosa, ma aiutarlo a vedere meglio che cosa gli serve davvero e, quindi, ad assumersi una decisione più chiara. Una decisione vera, del resto, nasce quasi sempre da una mancanza riconosciuta e da una fiducia concessa.

Se non riconosco ciò che mi manca, resto fermo; se non mi fido, non mi espongo; e se non mi espongo, non decido. Per questo il tema della vendita di valore, alla fine, non riguarda soltanto tecniche, domande, proposte, obiezioni o negoziazioni. Riguarda anzitutto l’onestà di chi vende: sto cercando di creare un bisogno o di servire una comprensione? Sto usando la fragilità del cliente per spingerlo oppure per aiutarlo?

Il cliente queste cose le sente, anche quando non le dice. Sente se siamo lì per ascoltare davvero o soltanto per aspettare il nostro turno di parlare; sente se il nostro interesse è reale o solo funzionale alla firma. E allora forse tutto torna a quella frase iniziale: io non mi basto da solo, il cliente non si basta da solo, l’azienda non si basta da sola. Ed è proprio per questo che il valore nasce nella relazione, non nella dipendenza o nella manipolazione.

Forse vendere valore significa proprio questo: aiutare il cliente a non restare solo davanti a ciò che gli manca, con abbastanza onestà da non trasformare la sua debolezza nella nostra occasione, ma nella possibilità di un risultato migliore per entrambi. Che cosa ne pensi? Nel tuo modo di vendere, stai aiutando il cliente a capire ciò che gli serve davvero, oppure stai solo cercando di convincerlo che gli serva ciò che vuoi vendere tu?