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La nonna, il frigorifero e ciò che le aziende hanno dimenticato sulla strategia

Molte aziende pianificano come se le risorse fossero infinite; la realtà, come sempre, ha un carattere meno accomodante.   C’è qualcosa di profondamente curioso,

Paolo Pugni

Molte aziende pianificano come se le risorse fossero infinite; la realtà, come sempre, ha un carattere meno accomodante.

 

C’è qualcosa di profondamente curioso, e forse anche un po’ ironico, nel modo in cui le aziende parlano oggi di intelligenza artificiale, perché da un lato la raccontano come la grande promessa di una nuova efficienza, di una produttività quasi liberata dai vecchi attriti, di una rapidità finalmente capace di restituire tempo e lucidità alle persone, mentre dall’altro, osservando ciò che accade concretamente nelle conversazioni quotidiane, nelle riunioni, nei processi commerciali, nella preparazione delle offerte, perfino nel modo in cui si scrivono mail o si preparano incontri, si ha spesso la sensazione che ciò che stia aumentando non sia tanto la chiarezza quanto il volume, non tanto la qualità del pensiero quanto la velocità con cui si riesce a trasformare in output anche un pensiero mediocre.

È una sensazione che, confesso, mi accompagna sempre più spesso, non per una forma di diffidenza ideologica verso la tecnologia — sarebbe piuttosto ridicolo da parte di chi, come me, dedica molto tempo proprio a studiare e utilizzare questi strumenti — ma perché vedo emergere una specie di equivoco di fondo, quasi una scorciatoia mentale collettiva, secondo la quale se qualcosa permette di fare di più in meno tempo allora debba automaticamente rappresentare un miglioramento, come se l’aumento della capacità produttiva fosse di per sé una prova sufficiente della bontà della direzione intrapresa.

Eppure, se ci fermiamo un momento — e già questa, oggi, sembra quasi una richiesta rivoluzionaria, fermarsi — il dubbio che affiora è piuttosto semplice e proprio per questo difficilmente aggirabile: fare più velocemente qualcosa che non hai chiarito bene, che non hai davvero scelto, che magari non avresti nemmeno dovuto fare in quel modo, è davvero un progresso oppure è semplicemente una forma più efficiente di confusione?

In questi giorni mi torna continuamente in mente una immagine lontanissima da tutto questo lessico aziendale, e forse proprio per questo molto più utile, che è quella di una nonna davanti al frigorifero, non la nonna da pubblicità costruita per rassicurare, ma quella vera, quella che apre lo sportello, guarda con attenzione cosa c’è davvero, controlla rapidamente la dispensa, misura quasi senza pensarci le possibilità reali e solo a quel punto decide che cosa preparare, senza indulgere in fantasie gastronomiche incompatibili con la realtà del momento, senza costruire ricette appoggiate su ingredienti immaginari, senza confondere il desiderio di una cena perfetta con il compito molto più concreto di nutrire bene chi si siederà a tavola.

Più ascolto certi discorsi sulla strategia, sull’innovazione e sull’intelligenza artificiale, più mi convinco che questa forma elementare di saggezza pratica sia stata progressivamente sostituita da una sofisticata cultura del desiderio, nella quale si progettano obiettivi come se il tempo fosse sempre sufficiente, le persone sempre disponibili, le competenze sempre presenti, i clienti sempre pronti a riconoscere il valore e il mercato sorprendentemente disposto a collaborare con i nostri piani, dimenticando che la strategia, se vuole meritare questo nome, non nasce dal catalogo di ciò che vorremmo, ma dall’incontro, spesso sobrio e perfino un po’ severo, con ciò che abbiamo davvero.

Per questo continuo a pensare che il problema, oggi, non sia affatto l’intelligenza artificiale, ma la qualità strategica del contesto dentro cui la stiamo collocando, perché uno strumento che accelera, amplifica, connette e moltiplica può diventare straordinariamente utile se inserito dentro una direzione chiara, ma può trasformarsi con identica facilità in un magnifico acceleratore di dispersione se viene consegnato a organizzazioni che non hanno ancora deciso con sufficiente lucidità dove vogliono creare valore, per chi intendono farlo, quali compromessi accettano e, soprattutto, a che cosa sono finalmente disposte a rinunciare.

Ed è forse proprio qui che vale la pena fermarsi un poco più a lungo sulla parola strategia, che appartiene a quel curioso insieme di termini che nelle organizzazioni godono di un prestigio quasi automatico, come se bastasse pronunciarli per evocare profondità, controllo e visione, mentre molto più raramente ci si concede il lusso — o forse la fatica — di chiedersi che cosa significhino davvero quando smettono di vivere nelle presentazioni e devono incarnarsi nella quotidianità concreta delle persone, nelle decisioni operative, nelle conversazioni commerciali, nelle priorità che occupano le giornate e, soprattutto, nei no che siamo disposti a pronunciare.

Perché se c’è una cosa che colpisce osservando il modo in cui molte aziende parlano di strategia è questa singolare tendenza a trattarla come un esercizio di accumulazione anziché di selezione, come se essere strategici significasse avere più opzioni aperte, più iniziative contemporanee, più mercati da presidiare, più clienti da rincorrere, più strumenti da adottare, più contenuti da produrre, più attività da mettere in calendario, quando invece l’esperienza, quella vera, quella che non si lascia impressionare dalle parole eleganti, suggerisce quasi sempre il contrario: che la strategia cominci precisamente nel momento in cui smetti di aggiungere e inizi a scegliere.

E scegliere, naturalmente, è un verbo infinitamente meno seducente, perché porta con sé una conseguenza inevitabile che preferiamo tenere ai margini del discorso: rinunciare.

Non si costruisce una direzione reale senza rinunciare a qualcosa.

Non si costruisce una proposta di valore seria senza decidere quali clienti non vuoi servire.

Non si costruisce una identità commerciale coerente senza chiarire quali problemi meritano la tua attenzione e quali, pur legittimi, non appartengono al tuo territorio.

Non si costruisce una organizzazione lucida continuando a trattare ogni opportunità come se fosse automaticamente preziosa.

Questo è un punto che nella vendita emerge con una chiarezza quasi crudele, perché chi vende vive costantemente esposto alla tentazione del movimento, a quella particolare forma di eccitazione professionale che porta a confondere l’attività con il progresso, la presenza di molte trattative con la qualità del portafoglio, la quantità delle conversazioni con la loro profondità, come se una agenda piena costituisse di per sé una prova di efficacia.

Ma chiunque abbia attraversato abbastanza stagioni professionali sa bene che non è così semplice, e forse nemmeno così consolante.

Perché una agenda piena può essere il segno di una grande vitalità, certo, ma può essere altrettanto facilmente il sintomo di una dispersione cronica elegantemente mascherata; molte trattative aperte possono indicare un mercato ricco, ma anche una incapacità di selezione; una grande produzione di contenuti può segnalare energia creativa, ma anche l’ansia di riempire il silenzio invece di costruire significato.

Ed è qui che l’intelligenza artificiale, lungi dall’essere la soluzione automatica che qualcuno immagina, diventa una sorta di spietato acceleratore della verità organizzativa, perché se il contesto nel quale la inserisci è già strategicamente confuso, se non hai chiarito davvero che cosa conta e che cosa no, se non hai deciso dove creare valore e dove invece limitarti cortesemente a non entrare, allora lo strumento farà esattamente ciò che sa fare meglio: aumentare la velocità, moltiplicare la capacità produttiva, abbassare i tempi di esecuzione, restituendoti però, in forma più elegante e più rapida, esattamente il disordine concettuale con cui eri partito.

Mi capita di vedere aziende che producono più contenuti che mai e comunicano peggio di prima; team commerciali che preparano offerte con una rapidità impressionante senza che questo migliori minimamente il tasso di conversione; professionisti capaci di generare analisi sofisticate che non producono alcun avanzamento reale nella qualità delle decisioni, come se l’abbondanza informativa fosse stata scambiata, in una sorta di equivoco collettivo, per profondità di comprensione.

Ma il punto, a pensarci bene, è quasi inevitabile.

L’intelligenza artificiale non introduce automaticamente pensiero strategico, esattamente come possedere una biblioteca non rende automaticamente più saggi, o avere una palestra in casa non produce per magia una forma fisica migliore; gli strumenti ampliano possibilità, non sostituiscono discernimento.

E allora forse dovremmo avere il coraggio di riconoscere che il vero nodo non è la tecnologia, ma la nostra relazione con la scelta.

Perché scegliere è faticoso.

Scegliere obbliga a escludere.

Scegliere significa assumersi il peso di dire che una strada, pur interessante, non è la nostra; che un cliente, pur rispettabile, non è il cliente giusto; che una attività, pur apparentemente produttiva, non merita più lo spazio che continua a occupare.

E questa fatica, che è profondamente umana prima ancora che manageriale, spiega forse perché così tante organizzazioni preferiscano rifugiarsi in una narrativa dell’espansione continua, che è molto più gratificante da raccontare e molto meno esigente da praticare.

Ma se torniamo alla nonna davanti al frigorifero — e continuo a pensare che ci sia più strategia in quella scena che in molte sale consiglio — il principio diventa improvvisamente limpido.

Lei non si chiede genericamente che cosa sarebbe bello cucinare.

Si chiede che cosa abbia senso preparare, per quelle persone, con quel tempo, con quelle risorse, in quella precisa circostanza.

Che è una formulazione infinitamente meno romantica, ma molto più utile.

Ed è esattamente ciò che una strategia commerciale seria dovrebbe fare.

Non limitarsi a dichiarare il desiderio di vendere valore, ma interrogarsi concretamente su che cosa significhi creare valore per clienti specifici, in mercati specifici, con competenze specifiche, evitando quella deriva quasi ideologica per cui “vendere valore” diventa una formula identitaria invece che una pratica verificabile.

Perché, alla fine, una strategia vera non si lascia riconoscere tanto nei documenti in cui viene dichiarata, nelle formule con cui viene presentata o nelle parole, spesso impeccabili, con cui viene raccontata all’interno dell’organizzazione, ma in un luogo molto più concreto, molto meno spettacolare e proprio per questo infinitamente più rivelatore: il tessuto vivo delle conversazioni quotidiane.

 

È lì che si capisce se una direzione è reale oppure soltanto enunciata, perché una strategia prende forma

  • nelle domande che si scelgono di fare e, forse ancora di più, in quelle che si evitano;
  • nel tempo che si concede all’ascolto quando sarebbe più comodo anticipare una risposta;
  • nei problemi che si decide di approfondire davvero invece di sfiorarli con la fretta di chi vuole arrivare subito alla proposta;
  • nel modo in cui si reagisce quando il cliente porta il discorso sul prezzo e costringe, in qualche misura, a mostrare se dietro il linguaggio del valore esiste una comprensione reale di ciò che per lui conta oppure soltanto una tecnica più raffinata per sostenere una posizione negoziale.

 

In fondo, è proprio in quella qualità della conversazione che si vede se stai aiutando qualcuno a prendere una decisione più lucida, più adatta, più consapevole, oppure se stai semplicemente cercando di orientare la conversazione verso un esito favorevole a te, che è una cosa molto diversa, anche se spesso viene raccontata con gli stessi termini.

 

Se questo livello non cambia, allora c’è il rischio molto concreto che la strategia resti poco più di un racconto interno ben confezionato: un lessico condiviso, un documento ordinato, una rappresentazione elegante di ciò che l’organizzazione desidera pensare di sé, ma non ancora una forza capace di modificare davvero i comportamenti.

Ed è qui che la questione smette di riguardare soltanto le aziende, i board, i team commerciali o le funzioni marketing e assume una tonalità più ampia, quasi personale, perché tocca il nostro modo di abitare il lavoro, di riempire le giornate, di tenere aperti fronti che continuiamo a chiamare opportunità anche quando sono diventati soltanto dispersione.

La tentazione di confondere l’essere occupati con l’essere utili, del resto, non è una semplice distorsione organizzativa: è una tentazione profondamente umana, e forse proprio per questo così resistente, così facile da giustificare, così difficile da nominare con onestà.

 

In questo scenario, l’intelligenza artificiale non è né il salvatore che risolve ciò che non abbiamo il coraggio di chiarire, né il colpevole a cui attribuire le nostre incoerenze; è piuttosto uno specchio ad alta definizione, e come ogni specchio non corregge nulla di ciò che riflette, ma lo rende semplicemente più visibile, più difficile da ignorare, più esigente da affrontare.

 

Per questo la domanda decisiva non è se il nuovo strumento aumenti la velocità, la produttività o la capacità di fare di più, ma se stia rendendo più forte una direzione già scelta con lucidità oppure se stia soltanto aggiungendo potenza a un movimento che continua a non interrogarsi abbastanza sul proprio senso.

 

E forse è proprio qui che torna utile, ancora una volta, l’immagine apparentemente umile della nonna davanti al frigorifero: non perché contenga una nostalgia facile per la semplicità perduta, ma perché ricorda che ogni scelta sensata comincia da un confronto onesto con ciò che c’è, con ciò che serve davvero, con ciò a cui vale la pena dire sì e con ciò a cui, per poter costruire qualcosa di coerente, bisogna finalmente imparare a dire no.