Ci sono frasi che diventano famose proprio perché sembrano semplici, e forse questo è il loro destino più pericoloso: vengono ripetute, citate, usate nelle slide, messe in apertura di un corso, trasformate in una formula elegante, finché lentamente smettono di ferire, smettono di interrogare, smettono di fare il loro lavoro.
Una di queste frasi viene dalla scuola di Palo Alto e dalla pragmatica della comunicazione umana: non si può non comunicare.
Sembra quasi ovvio, vero?
Certo che non si può non comunicare. Ogni studente di comunicazione l’ha sentito dire. Ogni formatore l’ha ripetuto almeno una volta. Ogni manager, se ha frequentato due corsi di leadership e una giornata outdoor con ponte tibetano e metafora sulla fiducia, l’ha incontrato da qualche parte.
Eppure, se quella frase fosse davvero presa sul serio, molte aziende dovrebbero fermarsi per qualche minuto in più prima di scrivere un valore sul sito, prima di promettere centralità del cliente, prima di parlare di persone, prima di annunciare una trasformazione culturale, prima di chiedere ai venditori di “comunicare meglio il valore”, come se il valore fosse un oggetto caduto dietro il divano e bastasse spostare due cuscini per ritrovarlo.
Non si può non comunicare significa che l’azienda comunica sempre.
Non solo quando decide di comunicare.
Comunica nella brochure, certo, ma comunica anche nel modo in cui il telefono viene passato da un ufficio all’altro senza che nessuno si senta davvero responsabile di chi sta aspettando dall’altra parte.
Comunica nel sito, ma comunica anche nella prima risposta a un cliente che chiede chiarimenti.
Comunica nella presentazione commerciale, ma comunica molto di più nel modo in cui il venditore ascolta, interrompe, riformula, prende appunti, accelera, si difende, si innervosisce quando il cliente non capisce subito quello che, nella sua testa, era chiarissimo.
Comunica nella convention annuale, ma comunica soprattutto il lunedì mattina, quando la promessa solenne fatta davanti alle luci del palco incontra la mail brusca, la riunione inutile, il capo distratto, l’urgenza mal gestita, la persona trattata come un ostacolo sulla strada del risultato.
Tutto comunica.
E questa non è una buona notizia o una cattiva notizia.
È una notizia seria.
Perché ci toglie una scusa.
Non possiamo più dire: “non intendevo comunicare questo”.
Forse non lo intendevamo.
Ma lo abbiamo comunicato.
E nel lavoro, come nella vita, non comunica soltanto ciò che volevamo dire; comunica anche ciò che l’altro ha potuto leggere nel nostro comportamento, nel nostro silenzio, nella nostra assenza, nella nostra fretta, nella nostra ripetuta incoerenza tra ciò che dichiariamo e ciò che facciamo.
Una mail senza risposta comunica.
Un ritardo comunica.
Una promessa lasciata lì, nel limbo comodo dei “ti faccio sapere”, comunica.
Un cliente richiamato dopo la firma comunica.
Un cliente dimenticato dopo la firma comunica ancora di più.
Un collaboratore corretto in pubblico comunica.
Un collaboratore mai corretto, per paura di ferirlo, comunica ugualmente.
Una riunione convocata senza scopo comunica.
Una riunione chiusa senza decisioni comunica.
Una presentazione che comincia parlando di noi, della nostra storia, dei nostri numeri, dei nostri stabilimenti, dei nostri valori, dei nostri uffici, delle nostre certificazioni, dei nostri successi e naturalmente della nostra meravigliosa capacità di essere “partner strategici”, comunica qualcosa di molto preciso al cliente: prima vengo io, poi forse arrivi tu.
E magari non era questo che volevamo dire.
Ma lo abbiamo detto.
Il silenzio non è mai vuoto
Forse il primo luogo in cui dovremmo rieducarci alla comunicazione è il silenzio, perché siamo abituati a pensarlo come assenza, mentre spesso il silenzio è una presenza potentissima, solo più difficile da controllare.
Il silenzio del cliente dopo una proposta non è vuoto.
Può essere disinteresse, certo. Ma può anche essere confusione, paura interna, necessità di confrontarsi con altri, imbarazzo davanti a un prezzo non compreso, difficoltà nel tradurre il valore all’interno della sua organizzazione. Può essere il silenzio di chi sta decidendo o quello di chi ha già deciso di non decidere, che nel B2B è una delle forme più diffuse e meno confessate di decisione.
Il silenzio del capo dopo una richiesta non è vuoto.
Può comunicare fiducia, se è abitato bene, se lascia spazio all’autonomia, se dice: “vai, mi fido”. Ma può comunicare abbandono, disinteresse, imbarazzo, fastidio, incapacità di prendere posizione. E chi riceve quel silenzio, di solito, non lo lascia neutro. Lo riempie. Con ipotesi, paure, interpretazioni, risentimenti, difese.
Il silenzio dell’azienda davanti a un comportamento tossico non è prudenza.
Spesso è complicità.
Il silenzio del commerciale dopo la firma non è mancanza di tempo.
Per il cliente è spesso una rivelazione: prima mi cercavi, adesso devo cercarti io.
Il silenzio di un team durante una riunione non significa necessariamente consenso.
A volte significa che tutti hanno imparato che dissentire costa troppo, che fare una domanda è pericoloso, che il capo vuole partecipazione purché non produca conseguenze scomode, come certi inviti al dialogo che somigliano moltissimo a un monologo con pause decorative.
E allora dovremmo chiederci più spesso che cosa stiano dicendo i nostri silenzi.
Non solo le nostre parole.
I nostri silenzi.
Perché ci sono silenzi che custodiscono e silenzi che puniscono.
Silenzi che ascoltano e silenzi che abbandonano.
Silenzi che fanno crescere e silenzi che rendono tutto più ambiguo.
E nelle aziende l’ambiguità, quando viene lasciata crescere, diventa cultura.
Il modo in cui diciamo cambia ciò che diciamo
Un altro punto decisivo della scuola di Palo Alto è che ogni comunicazione porta sempre con sé un contenuto e una relazione. Non diciamo mai soltanto qualcosa. Nel modo in cui lo diciamo, diciamo anche che rapporto stiamo costruendo con l’altro.
Questa distinzione, nella vita aziendale, è esplosiva.
Perché noi tendiamo a difenderci sul contenuto.
“Ma io gliel’ho detto.”
“Ma io l’ho scritto.”
“Ma era nella mail.”
“Ma era nella procedura.”
“Ma lo avevamo spiegato nella riunione.”
Sì, forse lo avevamo detto.
Ma come?
Con quale tono?
Con quale sguardo?
Con quale disponibilità reale?
Dentro quale relazione?
Una frase può essere tecnicamente corretta e relazionalmente devastante.
Un “ne parliamo dopo” può essere apertura o chiusura.
Un “fai tu” può essere fiducia o scarico di responsabilità.
Un “ottimo lavoro” detto senza guardare la persona può sembrare più un timbro che un riconoscimento.
Un “il cliente è importante” pronunciato da un venditore che poi sparisce quando il cliente ha bisogno dice una cosa e ne comunica un’altra, e il cliente, che magari non ha letto Watzlawick ma vive benissimo nel mondo reale, crede alla seconda.
La relazione decide se il contenuto può essere accolto.
Quante volte nelle aziende diciamo cose giuste in un modo che le rende inutili?
Quante volte una correzione necessaria diventa umiliazione perché viene fatta nel luogo sbagliato, con il tono sbagliato, davanti alle persone sbagliate?
Quante volte una richiesta legittima diventa pressione perché arriva dentro una storia di controllo, sfiducia, urgenze continue e poca gratitudine?
Quante volte una proposta commerciale intelligente viene percepita come invadenza perché il cliente non ha ancora sentito che abbiamo capito davvero la sua situazione?
La comunicazione non è soltanto trasferimento di informazioni.
È costruzione di un legame.
O sua lenta distruzione.
E questa è una responsabilità enorme, perché significa che ogni parola ci colloca davanti all’altro. Non possiamo parlare senza dire anche: “questo è il posto che ti sto dando nella relazione”.
Ti tratto da adulto o da esecutore?
Da cliente da aiutare o da budget da raggiungere?
Da collaboratore da far crescere o da risorsa da ottimizzare?
Da persona che può capire o da ostacolo da aggirare?
Il contenuto dice che cosa penso.
La relazione dice che cosa penso di te.
E spesso l’altro ricorda molto più la seconda cosa.
Le parole plasmano il mondo
Noi siamo abituati a pensare alle parole come a strumenti che descrivono la realtà. In parte è vero, naturalmente. Ma è una verità incompleta, perché le parole non si limitano a descrivere ciò che vediamo: lentamente ci insegnano che cosa vedere.
Se chiamo continuamente le persone “risorse”, prima o poi rischio di guardarle come risorse.
Se chiamo il cliente “target”, prima o poi rischio di dimenticare che target significa bersaglio, e che forse non è proprio la parola più tenera per descrivere una persona che dovrebbe fidarsi di me.
Se chiamo la relazione “opportunità”, prima o poi rischio di misurarla solo in base a ciò che mi può dare.
Se chiamo “resistenza al cambiamento” ogni domanda scomoda, prima o poi mi autorizzo a non ascoltarla.
Se chiamo “allineamento” ciò che in realtà è obbedienza, sto già costruendo un certo tipo di azienda.
Le parole non sono neutre.
Sono abitudini dello sguardo.
E lo sguardo, a sua volta, genera comportamento.
Per questo il linguaggio aziendale merita molta più attenzione di quella che gli dedichiamo, non per fare i puristi, non per sostituire una parola con un’altra e sentirci improvvisamente migliori, ma per accorgerci delle immagini dell’uomo, del lavoro, del cliente e del potere che quelle parole portano dentro.
Quando diciamo che dobbiamo “spingere” il cliente, quale idea di vendita stiamo comunicando?
Quando diciamo che dobbiamo “estrarre valore” dal mercato, quale idea di mercato abbiamo in testa?
Quando diciamo che una persona è “sottoperformante”, stiamo descrivendo un fatto o stiamo già riducendo quella persona alla distanza tra ciò che produce e ciò che vorremmo producesse?
Il problema non è eliminare le parole dure.
A volte servono.
Il lavoro non è un salotto profumato dove tutti si esprimono in acquerello.
Il problema è sapere che cosa le parole stanno facendo a noi mentre noi pensiamo di usarle.
Perché alla lunga parliamo come guardiamo.
E guardiamo come parliamo.
Anche osservare comunica
Qui mi piace introdurre, con tutta la prudenza necessaria, un riferimento alla fisica, perché il principio di indeterminazione di Heisenberg è stato spesso usato in modo un po’ disinvolto, trasformato in una specie di proverbio universale secondo cui “osservare cambia sempre la realtà”. Detto così è troppo semplice e, dal punto di vista della fisica, anche piuttosto impreciso.
Il principio di indeterminazione dice qualcosa di più rigoroso: nella meccanica quantistica esiste un limite strutturale alla possibilità di conoscere simultaneamente con precisione arbitraria alcune coppie di grandezze, come posizione e quantità di moto. Non è una semplice questione di strumenti insufficienti, ma di natura stessa del fenomeno.
Però, se lo usiamo come analogia, senza forzarlo a dire ciò che non dice, può aiutarci a capire qualcosa della vita organizzativa: nei sistemi umani l’osservazione non è mai innocente, perché il modo in cui guardiamo, misuriamo e interroghiamo cambia il campo della relazione.
Se io osservo un collaboratore con sospetto, lui non risponderà allo stesso modo in cui risponderebbe se si sentisse guardato con fiducia.
Se io introduco un indicatore, sto già comunicando che quella cosa conta.
Se misuro solo il numero di telefonate, non devo stupirmi se crescono le telefonate e non necessariamente cresce la qualità delle conversazioni.
Se chiedo solo “quanto hai venduto?”, sto educando il venditore a pensare che tutto il resto sia commento.
Se chiedo anche “che cosa hai capito del cliente?”, “quale rischio sta cercando di evitare?”, “quale decisione lo stai aiutando a prendere?”, “che cosa hai imparato da quella trattativa?”, sto comunicando che la vendita non è solo volume, ma intelligenza della relazione.
Questo è un punto enorme.
Le domande non raccolgono soltanto informazioni.
Le domande creano attenzione.
E ciò che riceve attenzione comincia a prendere forma.
In molte aziende non cambia nulla non perché manchino strumenti, ma perché le domande abituali sono sempre le stesse. E se le domande sono sempre le stesse, le persone imparano a portare le stesse risposte, anche quando la realtà chiederebbe altro.
Che cosa chiediamo ogni settimana ai nostri venditori?
Che cosa chiediamo ai manager?
Che cosa chiediamo ai collaboratori?
Che cosa chiediamo a noi stessi?
Perché lì, molto più che nei manifesti aziendali, si vede la cultura reale.
Non nelle frasi solenni.
Nelle domande ricorrenti.
Un’azienda diventa ciò che misura, ciò che premia, ciò che tollera, ciò che ignora e ciò che continua a chiedere.
E anche questo comunica.
La cultura aziendale nasce dalle comunicazioni ripetute
La cultura di una azienda non è il documento sui valori. Non principalmente, almeno.
È ciò che le persone imparano a considerare vero osservando quello che accade ogni giorno.
Se diciamo che l’errore è occasione di apprendimento, ma al primo errore qualcuno viene esposto al pubblico ludibrio della riunione, la cultura reale non è apprendimento. È difesa.
Se diciamo che vogliamo innovazione, ma ogni proposta nuova deve superare una trafila così lunga che nel frattempo invecchia, la cultura reale non è innovazione. È conservazione con PowerPoint moderno.
Se diciamo che crediamo nella collaborazione, ma promuoviamo sempre chi si prende il merito da solo, la cultura reale non è collaborazione. È competizione educata.
Se diciamo che il cliente è al centro, ma l’organizzazione interna rende difficile servirlo davvero, la cultura reale non è centralità del cliente. È centralità della procedura.
Se diciamo che vogliamo persone responsabili, ma poi controlliamo ogni dettaglio, la cultura reale non è responsabilità. È dipendenza ben amministrata.
Tutto comunica perché tutto educa.
Le aziende educano continuamente le persone, anche quando non fanno formazione.
Le educano con ciò che premiano.
Le educano con ciò che lasciano correre.
Le educano con ciò che celebrano.
Le educano con ciò che fingono di non vedere.
Le educano con le riunioni, con le metriche, con le email, con le parole dei capi, con i silenzi, con i corridoi, con i rituali, con le urgenze, con le eccezioni che diventano regole, con le regole che valgono solo per alcuni.
La comunicazione aziendale vera è questo lento, quotidiano modellamento della percezione.
Non solo dire.
Plasmare.
E se le parole e i gesti plasmano, allora la domanda non può essere soltanto: “siamo coerenti?”.
La domanda deve diventare più profonda.
Che cosa stiamo formando nelle persone attraverso il nostro modo di comunicare?
Le stiamo formando alla fiducia o alla difesa?
Alla responsabilità o alla prudenza opportunistica?
Alla verità o alla recita?
Alla collaborazione o alla competizione nascosta?
Alla cura del cliente o alla protezione del proprio perimetro?
Alla vendita di valore o alla vendita purché sia?
La vendita come rivelazione
La vendita è uno dei luoghi in cui questa verità diventa più evidente, perché nella vendita la comunicazione viene messa alla prova da una tensione molto concreta: c’è un cliente da aiutare, c’è un problema da capire, c’è una proposta da costruire, c’è un prezzo da sostenere, c’è una decisione da accompagnare, c’è un risultato da ottenere.
Non stiamo parlando di comunicazione in astratto.
Stiamo parlando di quel momento preciso in cui il cliente dice: “Mi mandi un’offerta?”.
E lì, in quella frase piccola e apparentemente innocua, si apre un mondo.
Che cosa comunico se mando subito l’offerta senza capire?
Forse efficienza.
Ma forse anche paura di fare domande.
Che cosa comunico se comincio la presentazione parlando di me?
Forse solidità.
Ma forse anche narcisismo.
Che cosa comunico se non oso contraddire il cliente quando sta chiedendo la cosa sbagliata?
Forse orientamento al cliente.
Ma forse anche dipendenza dalla sua approvazione.
Che cosa comunico se gli faccio domande vere, se provo a capire, se riformulo, se porto alla luce conseguenze che non aveva considerato, se gli mostro che la decisione è più ampia della richiesta iniziale?
Comunico che non voglio soltanto vendere.
Comunico che voglio aiutare.
E attenzione: non è romanticismo commerciale.
È vendita seria.
Perché un cliente non compra solo una soluzione. Compra, o rifiuta, anche il modo in cui quella soluzione è arrivata davanti a lui.
Compra la fiducia di essere stato capito.
Compra la sensazione che il prezzo abbia un senso.
Compra la tranquillità di non essere stato spinto.
Compra la possibilità di raccontare ad altri, dentro la propria azienda, perché quella scelta è ragionevole, utile, difendibile.
Il venditore comunica sempre che idea ha del cliente.
Se lo tratta come un ostacolo da convincere, il cliente lo sente.
Se lo tratta come una persona da aiutare a decidere, il cliente lo sente.
Non sempre lo dice.
Non sempre lo sa formulare.
Ma lo sente.
E spesso decide anche da lì.
Risvegliare la consapevolezza in azienda
Allora, che cosa significa risvegliare la consapevolezza comunicativa in una azienda?
Significa, prima di tutto, smettere di ridurre la comunicazione a una competenza tecnica.
Certo, la tecnica serve.
Servono parole chiare.
Serve struttura.
Serve sintesi.
Serve saper presentare.
Serve saper scrivere.
Serve saper ascoltare.
Serve usare bene gli strumenti, dal podcast all’intelligenza artificiale, dalla newsletter alla riunione commerciale, dal sito alla telefonata.
Ma la tecnica senza consapevolezza produce solo una comunicazione più efficiente nel dire cose magari sbagliate.
Una azienda non diventa più vera perché comunica meglio.
Diventa più pericolosa, semmai, se comunica meglio ciò che non vive.
La consapevolezza comincia quando accettiamo di guardarci da fuori, come se fossimo il cliente che prova a capirci, il collaboratore che prova a fidarsi, il fornitore che prova a collaborare, il candidato che prova a intuire che posto avrà la persona dentro quella organizzazione.
Comincia quando chiediamo: che cosa sperimenta davvero chi entra in relazione con noi?
Non che cosa vorremmo che sperimentasse.
Non che cosa abbiamo scritto nel company profile.
Non che cosa raccontiamo al convegno.
Che cosa sperimenta davvero?
Sperimenta chiarezza o confusione?
Cura o fretta?
Presenza o abbandono?
Competenza o difesa?
Verità o abbellimento?
Ascolto o procedura?
Responsabilità o scarico?
Questa domanda è scomoda perché non consente risposte ornamentali.
Costringe a guardare i dettagli.
E i dettagli, nelle aziende, sono quasi sempre più sinceri delle dichiarazioni.
La prima slide.
Il primo silenzio.
La prima mail.
Il primo ritardo.
Il primo errore.
Il primo reclamo.
Il primo conflitto.
Il primo no.
Il primo follow up dopo la firma.
Lì si vede tutto.
O almeno si vede abbastanza.
La comunicazione come responsabilità morale
A questo punto, forse, possiamo dire una cosa che nel mondo aziendale può sembrare eccessiva, e proprio per questo va detta con precisione: comunicare è anche una responsabilità morale.
Non nel senso pesante, moralistico, con l’indice alzato e la voglia segreta di giudicare tutti, che è uno sport molto praticato anche da chi dice di voler migliorare il mondo.
Comunicare è responsabilità morale perché ogni comunicazione fa qualcosa all’altro.
Lo chiarisce o lo confonde.
Lo aiuta o lo usa.
Lo riconosce o lo riduce.
Lo rende più libero o più dipendente.
Lo invita a decidere meglio o lo spinge a reagire più in fretta.
Una parola può aprire.
Una parola può chiudere.
Una domanda può far nascere consapevolezza.
Una frase sarcastica può spegnere una persona per mesi.
Un silenzio può custodire.
Un silenzio può abbandonare.
Un feedback può far crescere.
Un feedback può solo scaricare irritazione con la maschera della franchezza.
E qui torniamo al punto da cui siamo partiti.
Non si può non comunicare.
Non possiamo sospendere l’effetto della nostra presenza.
Non possiamo entrare in una relazione e lasciare tutto com’era.
Possiamo esserne consapevoli o inconsapevoli.
Possiamo comunicare con cura o per inerzia.
Possiamo ascoltare ciò che generiamo o raccontarci che il problema è sempre l’altro che non capisce, non segue, non compra, non si impegna, non collabora, non cambia.
Ma qualcosa comunichiamo sempre.
La domanda che resta
Forse, allora, il lavoro da fare non è cominciare con un grande piano di comunicazione.
Forse è troppo presto.
I grandi piani, quando arrivano prima della consapevolezza, rischiano di diventare grandi contenitori eleganti di vecchie incoerenze.
Forse il primo passo è più piccolo e più severo.
Osservare.
Per una settimana.
Solo osservare.
Che cosa comunico quando rispondo?
Che cosa comunico quando non rispondo?
Che cosa comunico quando ascolto?
Che cosa comunico quando interrompo?
Che cosa comunico quando entro in riunione?
Che cosa comunico quando chiedo un aggiornamento?
Che cosa comunico quando parlo di un cliente assente?
Che cosa comunico quando un collaboratore sbaglia?
Che cosa comunico quando il cliente mi chiede qualcosa che non gli serve?
Che cosa comunico quando ho paura di perdere una vendita?
Che cosa comunico quando uso il potere che ho?
Non per colpevolizzarci.
Non serve.
Siamo già abbastanza bravi a colpevolizzarci senza diventare migliori, che è una delle attività umane meno produttive e più frequentate.
Serve per svegliarci.
Perché finché pensiamo che comunicare sia qualcosa che facciamo ogni tanto, quando scriviamo, parliamo, presentiamo, pubblichiamo o vendiamo, continueremo a non vedere la parte più importante.
Stiamo comunicando sempre.
Il nostro modo di lavorare comunica.
Il nostro modo di decidere comunica.
Il nostro modo di vendere comunica.
Il nostro modo di guidare comunica.
Il nostro modo di tacere comunica.
Il nostro modo di trattare le persone comunica.
E prima o poi qualcuno ascolta.
Il cliente ascolta.
Il collaboratore ascolta.
Il mercato ascolta.
La cultura aziendale ascolta.
Anche noi ascoltiamo.
E forse proprio da qui può cominciare un lavoro più serio.
Non dal desiderio di sembrare migliori.
Dal coraggio di chiederci che cosa stiamo già dicendo al mondo, ogni giorno, mentre pensiamo semplicemente di lavorare.