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La solitudine del numero Uno – 1

“Rinascere o morire”, questo pensava Matteo, CEO di Cordaroli Macchine, mentre percorreva lentamente il corridoio. “Entrambe le scelte fanno male, ma non c’è altra

Paolo Pugni

“Rinascere o morire”, questo pensava Matteo, CEO di Cordaroli Macchine, mentre percorreva lentamente il corridoio.

“Entrambe le scelte fanno male, ma non c’è altra strada. Tertium non datur!”. Quel rigurgito di latino che s’era sentito in bocca, lo riportava agli anni del liceo. Sorrise quasi meccanicamente. Come allora, sapeva già che cosa aspettarsi quando avrebbe varcato la soglia, dell’aula allora, della sala del Consiglio adesso. Sapeva che ruolo avrebbero giocato le persone. Chi l’avrebbe sostenuto, anche solo per principio; chi l’avrebbe attaccato, con violenza o eleganza. Chi avrebbe finto per menare poi il colpo finale.

I numeri erano impietosi, a volte crudeli ma mai disonesti. Perché spiegavano la storia, non mentivano. E i numeri in quel momento gli si rivoltavano contro, come prove inattaccabili di un crimine.

E si sentiva totalmente solo. Non di quella solitudine di chi non ha mai avuto nessuno, ma di quella di chi è stato abbandonato. Come aveva torto Vecchioni, altra voce ricorrente dei suoi anni da studente: “e non si è solo se qualcuno ti ha lasciato, si è soli se qualcuno non è mai venuto”. Si è sempre soli, nel secondo caso anche traditi.

Fingendo un impellente bisogno, si fermò alla toilette, appena prima della sala riunioni. L’ultimo istante di quiete. Uccidere, suicidarsi, passare di mano, riprovare? Che cosa fare?

Non riusciva a capirlo da solo. Ma non aveva nessuno al quale chiedere aiuto.

Per tante ragioni.

Non sapeva se potesse fidarsi. E di chi. E fino a dove. Avrebbe dovuto ammettere che aveva commesso degli errori. Magari piccoli. Magari ininfluenti. Forse no. Banali, sciocchi: per distrazione, presunzione, sotto pressione. Perché tutto deve essere deciso subito?

Lui detestava dover ammettere di avere sbagliato. Odiava mettere in luce le debolezze, le fragilità. Non voleva sentirsi vulnerabile. Aveva sofferto troppo in passato ogni volta che aveva provato a confidarsi, a raccontarsi per quello che era. Aveva provato a rivelare le sue passioni, confessare le paure, condividere le aspirazioni. Non era andata bene. Ora si vantava di non avere amici.

Ma in quell’istante, mentre si guardava allo specchio sentiva il disperato bisogno di avere qualcuno sul quale fare affidamento. Che lo ascoltasse, senza parlare, senza accusare, senza adulare.

Perché anche i collaboratori possono tradire. E lui così si sentiva.

Uscì non sapendo come avrebbe esordito, come sarebbe dovuto entrare in riunione. Si decise a farlo con passo aggressivo, per mostrare più a se stesso che agli altri di sentirsi sicuro.

C’era da affrontare il tema della perdita, grave, per il secondo anno consecutivo.

Da dove poteva cominciare?

Che consiglio daresti a Matteo?

Non appena ebbe messo piedi nella sala del consiglio, Matteo comprese con grande evidenza due cose.

La prima era lo schieramento dei consiglieri, la seconda come avrebbe cominciato il suo discorso.

Più ancora che le parole, che non erano ancora state pronunciate, fu la postura a regalargli la chiarezza. Si rese subito conto che solo pochi stavano dalla sua parte, riconoscenti per la fiducia che lui non aveva mai negato loro. Gli altri sembravano in attesa di una mossa per balzargli addosso. Sorrise nel sentirsi pensare parole come queste, che gli parvero uscire da un romanzetto mal scritto. Eppure erano così potenti e sincere da meritare una rivalutazione nel mondo delle sue emozioni, che probabilmente scopriva per la prima volta con così grande evidenza in quella occasione.

Il brusio si fece silenzio, attesa. Fece passare pochi secondi, una volta raggiunto il suo posto.

Poi esordì: “Come potrei nascondere gli errori che ho commesso? Come potrei cercare di giustificarli? Come poter risolvere i problemi che ne sono derivati? Come poter contare sulla vostra fiducia? Onestamente non lo so. Quello che so è che non sento di dovermi scusare. Perché se è vero che di errori ne ho commessi, non è per malafede o per incompetenza. Di questo dovrei scusarmi davanti a voi. Gli errori fanno parte della vita, del lavoro. Ogni giorno ne commettiamo. Tutti. Molti di questi sono irrilevanti. O forse lo sono solo in apparenza. Altri provocano e mostrano conseguenze deflagranti. Questo può essere il caso.

Personalmente non credo. Sono convinto che la situazione si possa ribaltare, forse non in tempi rapidissimi, ma in tempo per riprendere a correre come sempre abbiamo fatto. Certamente ci vuole un piano operativo immediato. E condiviso.

Qui oggi voi dovete decidere chi guiderà questo piano.

E comprendo bene che molti di voi si chiedano se non sia più urgente cambiare guidatore.

Quello che posso dirvi è che nessuno più di me desidera risolvere questa situazione, che ho contribuito a creare. Nessuno più di me è pronto a gettare il cuore e la mente e le energie nella rinascita. Perché ci sono dentro. E perché ne faccio anche una questione di orgoglio personale. E voi sapete bene quanto sia energia potente. Inoltre, se mi confermate, vi scaricate anche delle responsabilità di un futuro fallimento. Se sarò ancora io a fallire, potete sempre dire di avere solo creduto alle mie promesse. Se a fallire sarà qualcuno che avrete scelto voi, la colpa ricadrà su di voi. E vista la situazione, così complessa, il rischio che non finisca bene, è presente. Datemi solo del tempo, 9 mesi, il tempo di una nascita. E saranno i risultati a giudicare ed emettere la sentenza”.

Nel silenzio generale, nervoso e indeciso, si sedette.

Che risposta daresti a Matteo?

 

Uscendo dalla sala del consiglio, Matteo si sentiva potente ed umiliato. E stupito che tali sensazioni potessero essere presenti contemporaneamente.

Aveva ottenuto la riconferma, una sorta di fiducia obbligata ed interessata. Questo gli regalava quel senso di potenza che tanto amava. Ma al contempo aveva la certezza che quel potere lo aveva strappato a prezzo della sua vulnerabilità, del riconoscersi sconfitto. Si era messo nelle mani dei consiglieri, molti dei quali gli erano palesemente ostili. Quali sarebbero state le conseguenze di tutto ciò?

Si sentiva solo, molto solo.

Perché anche se i suoi riporti fedeli gli avevano subito rinnovato la stima, sapeva di non potersi confidare con loro. Mostrarsi fragile, debole, bisognoso anche solo di vicinanza umana, avrebbe minato la loro sicurezza. Cercavano una guida affidabile, determinata, sicura. Lui sapeva di non esserlo.

Aveva ammesso errori, doveva farlo. In realtà non aveva capito quali fossero i più determinanti. Non riusciva a metterli in ordine, a disporre le carte sul tavolo in modo da fare chiarezza e vedere il disegno. Gli tornò alla mente quella abusata frase di Einstein: “Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato”. Era proprio così. Aveva bisogno di qualcuno che guardasse la situazione partendo da un diverso punto di vista. Ma chi? Di chi si fidava realmente? Su chi poteva fare affidamento?

Gli serviva un gruppo di persone che con generosità e competenza potessero prenderlo per mano e aiutarlo a dipanare la matassa.

Come un lampo gli venne in mente un gruppo di persone, che emergevano dal suo passato: i compagni di scuola, con i quali era ancora in contatto, spesso attraverso messaggi nella chat di gruppo, e con i quali condivideva ancora passioni e ricordi. Non con tutti, ma con quella decina scarsa con i quali si era creata, e resisteva, una solida amicizia. E molti di loro avevano posizioni simili alla sua.

Se fosse quella la strada? Poteva far affidamento su di loro? Poteva provare?

 

Che cosa te ne sembra della scelta di Matteo? Può funzionare? Che altra soluzione gli proporresti? Che cosa potrebbe fare?

 

“Che cosa ti aspetti da noi?”, chiese Alessandra, in modo molto diretto, secondo il suo stile.

“Sai che siamo sempre pronti ad aiutarti, dobbiamo però capire che cosa vuoi esattamente. E che cosa ti serve”, aggiunse Fabio, che di Matteo era stato il miglior amico al tempo del liceo.

Mentre Susanna si versava da bere sorrise a Matteo invitandolo a parlare. Sorrideva.

“Vediamo come posso spiegarmi”, iniziò lui.

“Smettendo di girarci intorno e andando al dunque, tanto sai che qui non ti giudica nessuno”, lo interruppe Massimo.

Matteo annuì. “Ho bisogno di un consiglio di saggi, di persone che guardino al mio problema e a me senza remore, con quella schiettezza che tra di noi è sempre andata in scena, per aiutarmi a venire fuori da questo groviglio”.

“Possiamo farlo, ma le regole le dettiamo noi” intervenne Roberto.

“In che senso?” chiese Matteo, un po’ preoccupato per la prima volta.

“Guidiamo noi il processo, anzi lo guiderà Franco, che lo fa di mestiere”.

Sentendosi chiamato in causa, Franco annuì mentre masticava, non potendo intervenire.

Matteo lo guardò restando in attesa.

“Mettiamo le carte in tavola”, intervenne Alberto, “noi ci mettiamo il tempo e la testa, tu però devi assicurare che agirai, ti devi rendere responsabile delle scelte che farai partendo da ciò che ti diremo”.

“Calma, calma, che cosa intendi?”, intervenne Elena che del gruppo era quella sempre più attenta alle relazioni. “Non siamo qui per imporre la nostra volontà a Matteo!”.

“Nessuno ha queste intenzioni”, la rassicurò Franco che finalmente aveva finto il pezzo di pizza. “Noi proporremo degli spunti a Matteo, sarà lui a scegliere cosa fare, ma nel momento in cui sceglie e ci comunica cosa farà, si impegna con tutti noi a dare seguito con un piano d’azione. Ma partiamo dall’inizio. Vorrei spiegare il metodo che utilizzeremo”.

Matteo si sporse in avanti, gli altri fecero ancora più silenzio.

“Partiamo da un problema alla volta: sta a te scegliere il principale. Se vuoi prima di condividerlo con il gruppo posso aiutarti io a capire se quello che tu pensi sia realmente il problema principale, quello alla radice. Poi lo presenterai al gruppo e a quel punto tutti avranno la possibilità di porti domande per mettere sul tavolo tutto ciò che ci gira intorno. Quando riterrai che abbiamo scavato a fondo, avrai la possibilità di riformulare il problema. Solo a questo punto ognuno di noi ti fornirà uno spunto, un suggerimento, una strategia. Toccherà a te scegliere tra tutti i consigli la strada da prendere. E impegnarti con noi per il piano d’azione. Questo il metodo. Direi con molta schiettezza: prendere o lasciare”.

 

Che risposta daresti se fossi in Matteo? Che cosa potresti chiedere? Se fossi Matteo penseresti che questo metodo sia in grado di aiutarti?

 

“Prendo. Ne ho troppo bisogno. Non so come uscirne e voglio uscirne da vincitore”.

“Perché?”. La domanda sembrava semplice. Franco l’aveva posta con molta calma, con delicata determinazione, e aveva riempito il silenzio con uno sguardo intenso, senza sorriso, ma anche senza durezza.

Mateo si sentì ribaltato.

“Come perché?” riuscì soltanto a dire mentre sbiancava. In quel momento, davanti ad una domanda apparentemente semplice, quasi banale, irrilevante, sentiva il suo mondo incrinarsi, come se fosse stato colpito da un uragano.

Franco rimaneva in silenzio fissandolo, come attendendo che quel momento di turbamento finisse per generare una risposta.

Gli altri aspettavano, sospesi, con quella attenzione che si riserva al momento decisivo di uno spettacolo, quando il domatore mette la testa tra le fauci del leone.

“Nel senso che voglio uscirne da vincitore? Perché lo voglio? Questo vuoi sapere?”.

Franco annuì con un sorriso appena abbozzato.

Matteo si irrigidì inarcano la schiena: “beh perché non voglio essere un perdente, perché non voglio essere buttato fuori, non voglio essere quello che fallisce. Mi sembra normale”.

“Normale per chi? In che senso?”, incalzò ma senza fretta Franco.

“Nessuno lo vuole. In questo senso. Conosci qualcuno che voglia fallire?”, rispose quasi piccato Matteo, eppure la sua voce mostrava una piccolissima crepa.

“Secondo te il contrario di vincente è sempre perdente?” riprese Franco.

“E che cosa altro potrebbe essere?” domandò stupito Matteo.

 

Secondo te il contrario di vincente è sempre perdente? Come risponderesti a questa domanda di Franco? Che cosa ne pensi del punto di vista di Matteo

“Potrebbe essere molte cose”, rispose Franco con un sorriso mentre si portava alla bocca un trancio di pizza, che addentò subito dopo con eleganza, lasciando volutamente una pausa bizzarra e quasi imbarazzante prima di proseguire. “Il contrario di vincere può essere quello di raggiungere un accordo, di trovare un nuovo equilibrio, di lasciar vincere, di fare gruppo, di uscire di scena”.

Matteo sembrò seccato, scosse la testa con una smorfia: “non ti seguo e non vorrei proprio che tu mi prendessi in giro”.

“Non lo farei mai, quello che sto facendo è darti una prospettiva differente da quella che stai affermando. Vorrei aiutarti a vedere che il mondo non è un campo di battaglia, perché temo che questo sia il modo con il quale lo vedi e sia anche la sindrome che ti blocca”.

“Io mi definisco un trascinatore”.

“Tutti qui lo siamo, a modo nostro”, intervenne Alessandra. “Credo sia questa la ragione per la quale ci siamo scelti e siamo qui ancora a trent’anni abbondanti di distanza. Ci annusiamo e sentiamo il medesimo profumo. Per questo ci vogliamo bene e ci fidiamo gli uni degli altri”.

“Non ci siamo fatti mettere nell’angolo”, aggiunse Susanna sporgendosi verso Matteo, “e questo lo sai bene. Ma non abbiamo tutti seguito il medesimo percorso. Capisco cosa voglia dire Franco, ci sono molti modi per vincere, ecco più che opposti li vedrei come sfumature, sinonimi”.

“Interessante interpretazione”, sorrise Franco, “varrebbe la pena di riprenderla. Adesso vorrei però rassicurare Matteo: quello che intendo dire è che non puoi voler vincere pensando che questo sia il successo. Ci sarebbe da chiederti cosa intendi per uscirne da vincitore, e forse questa era la domanda che avrei dovuto farti per prima. Quindi te la faccio ora: che cosa significa per te?”.

Matteo sospirò portandosi una mano alla barba. Gli parve di non essere più così sicuro della sua risposta. Ebbe come l’impressione che se in quel momento avesse dato la risposta che aveva in cuore, si sarebbe esposto e avrebbe forse suscitato il riso degli amici. Gli sembrava che il suo desiderio fosse in realtà una bambinata. Ma  poi no, era quello che voleva, e non c’era nulla di male in quell’aspirazione. E non avrebbe provato vergogna nel dirlo.

“In questo momento sono considerato come una rogna in azienda, il debole, quello che ha sbagliato. E quello che vorrei è dimostrare a tutti che non sono questo, non sono un fallito, non sono uno che non capisce quello che fa. Vorrei farli schiattare quando presenterò i risultati completamente ribaltati, un grande successo, una grande parata, un grande applauso, una grande invidia”.

“Una grande invidia”, ripeté chinando la testa Franco, e dopo qualche secondo di teatrale silenzio chiese: ”quindi tu pensi di riuscire a fare tutto questo da solo, non solo senza l’aiuto di alcuno, ma avendo tutti contro?”.

 

Che cosa ne pensi della domanda di Franco? Che cosa ne pensi del desiderio di Matteo?